#MAYDAY

 

30 aprile

Giovedì 30 è la giornata degli studenti. Si protesta contro la politica di assunzione adottata da Expo: lo sfruttamento del lavoro e l’assenza di retribuzione, quest’ultima giustificata con il “fare curriculum”, hanno portato in piazza circa duemila persone . Il corteo, che durerà poco più di tre ore, parte da piazza Cairoli e si snoda lungo le vie del centro; sfiora il Duomo, la sede dell’Università Statale e, nei pressi della stazione Centrale, si scioglie in piazza Melchiorre Gioia.

Prima di partire, alcuni attivisti si arrampicano lungo una delle due strutture dell’Expo Gate di piazza Cairoli, accendono qualche fumogeno e srotolano uno striscione. Il Gate, simbolico cancello dell’esposizione universale, viene infine segnalato, dove segnalare sta per imbrattare luoghi sensibili con vernice colorata, uova, scritte.

La marcia ha inizio e, come assicurato dagli organizzatori nei giorni scorsi, in seno al corteo il clima si mantiene più o meno disteso. Gli studenti lanciano proclami al microfono e motivano i perché del loro dissenso, mentre dalle finestre si affacciano residenti e impiegati dall’espressione non proprio compiaciuta. La vera particolarità del corteo, tuttavia, è un gruppo di autonomi coperti dalla testa ai piedi. Sono loro che mettono in atto le segnalazioni, loro a dettare i ritmi della manifestazione e a segnarne i momenti più tesi. Dati gli avvenimenti del giorno successivo, viene facile pensarli come un biglietto da visita del blocco nero.

Nell’ordine, vengono prese di mira le sedi dell’Enel — colorata con un estintore caricato di vernice — del consolato turco — pioggia di uova al grido di “Kobane libera” — e della Manpower di via Majno. È proprio qui che la giornata rischia di prendere una piega violenta. La Manpower è infatti la società che si occupa di smistare l’esercito di volontari che lavorerà gratis per Expo: il blocco nero segnala la loro sede, ma questa volta la situazione rischia di deragliare. Dopo un primo lancio di uova, un secondo gruppo di autonomi col viso coperto tenta di rompere i vetri del palazzo. La celere è già schierata in difesa della sede e pronta a caricare, ma all'ultimo il servizio di sicurezza studentesco evita gli scontri allontanando di peso i cani sciolti. Per un attimo gli animi si scaldano, c’è addirittura un accenno di rissa tra manifestanti.

Poco dopo la situazione ritorna alla calma e il corteo si ricompatta, forse anche per merito del lancio di uova al distinto signore che dal balcone su cui è appeso un tricolore osserva sprezzante gli studenti. Il percorso volge al termine: gli incappucciati si infilano sotto un telone e si cambiano, nel frattempo intorno a loro vengono accesi dei fumogeni per evitare riprese compromettenti. Grazie a questo trucco, possono uscire alla spicciolata senza farsi vedere né rischiare di essere identificati.

Quello davanti a Manpower è l’ultimo acuto di un corteo il cui esito è più che positivo: da un punto di vista squisitamente tecnico, gli studenti hanno dato prova di grande capacità nella gestione della piazza. In Melchiorre Gioia una breve serie di fuochi d’ artificio scandisce, davanti alle forze dell’ordine poste a difesa del vicino grattacielo della Regione, il termine della marcia. I manifestanti NoExpo scemano, alcuni a casa altri al campeggio, e si danno appuntamento per il giorno successivo.

Il NoExpo Camp, allestito nel gigantesco parco di Trenno, ospita gli attivisti che arrivano da fuori Milano. Nel pomeriggio di giovedì le tende sono più di un centinaio: ci sono ragazzi da tutta Italia, molti tedeschi e francesi, qualche spagnolo. Le intenzioni dei campeggiatori, già dal giorno prima, sono piuttosto chiare, anche per il comitato NoExpo che organizza il campeggio. Sulla guida alla sopravvivenza per gli attivisti, alcuni avvertimenti recitano “don’t bring excessive amounts of direct-actions equipment”, mentre qualche pagina dopo ci sono le indicazioni su come contattare un team di legali in caso di guai durante la Mayday. Le foto sono categoricamente vietate, come ci ricordano diversi militanti infastiditi dagli scatti. Tra le tende e la zona mensa si chiacchiera di maalox e limone per evitare gli spiacevoli effetti dei lacrimogeni, mangiando la polenta si fanno previsioni su come andranno le cose. Girano già diverse voci: in risposta alle retate e ai fermi degli ultimi giorni, sono in molti a richiedere una linea più dura da adottare durante il corteo. Dopo cena alcuni collettivi si riuniscono per un momento assembleare prima di lanciarsi nelle danze. Meglio distrarsi finché c’è tempo, sarà un primo maggio impegnativo.

 

MAYDAY

A bocce ferme, raccontare il NoExpo Mayday è un’impresa difficoltosa. La cosa certa è che la giornata verrà ricordata negli anni a venire come una delle più violente del post G8.

Il campeggio si sveglia sotto un cielo lugubre, decisamente conforme all’umore degli attivisti: se già la sera prima i sorrisi non si sprecavano, nella mattinata del primo maggio si contano sulle dita di una mano. All’interno delle tende ci si prepara con calma, verso mezzogiorno si marcia fino alla metro di Bonola per poi riemergere a Porta Genova, nelle immediate vicinanze di Piazza XXIV Maggio. In quale parte del corteo confluiranno i campeggiatori, se nel blocco nero o in spezzoni più morbidi, non è dato sapere.

Aspettando che inizi la Mayaday Parade, in molti ne approfittano per una pausa al bagno: un attempato signore con la bandiera rossonera degli anarchici sullo zaino, chiacchierando in coda, sostiene che «oggi sarà già un miracolo arrivare alla fine del percorso». In piazza tira più o meno la stessa aria, intorno alle due e mezza sono arrivati parecchi pullman e ormai tutti sono consapevoli di cosa succederà. La sensazione è che nessuno abbia i mezzi per opporsi. Con le prime gocce di pioggia inizia anche la Mayday Parade. I numeri, almeno quelli, sono confortanti: si parla di circa trentamila persone tra studenti, precari, disoccupati, militanti di sinistra, sindacati, simpatizzanti. In via di Porta Ticinese, nel cuore del corteo, si accendono dei fumogeni. Quando l’aria si dirada e la visibilità migliora, è comparso il blocco nero.

Al contrario di quanto uscito sulla stampa mainstream, secondo cui gli autori dei riots non superavano le trecento unità, ad una prima occhiata se ne contano più di mille. Poco dopo, all’altezza delle Colonne di San Lorenzo, partono gli scontri. I black bloc, che nel frattempo hanno tirato fuori l’arsenale per la giornata, lanciano petardi e bombe carta verso la polizia, protetta dalle grate mobili; dall’altra parte arrivano i getti degli idranti a disperdere la folla. È uno schema che si ripeterà per tutto il corteo: il blocco attaccherà gli agenti posti nelle vie laterali del percorso, questi risponderanno con i lacrimogeni. Come volevano le regole d’ ingaggio della polizia, solo lanci a distanza e tanto gas, nessun contatto diretto. A farne le spese saranno le macchine e i negozi dei cittadini, lasciati alla mercé dei rivoltosi: le forze dell’ ordine si limitano ad impedire che i black bloc sfondino il cordone di sicurezza e convergano verso zone sensibili come il Duomo o l’Expo Gate. Tutto ciò che succede lungo il percorso è un danno calcolato. Quando il blocco nero realizza che la polizia è lì solamente per contenere e che non ci saranno cariche, il tracciato della Mayday diventa il loro parco divertimenti.

Appena entrati in via Carducci, di fronte alla sede della Cattolica, entrano in scena pure le molotov: ogni traversa è un campo di battaglia, ogni negozio una potenziale vetrina da sfasciare con un sampietrino. All’incrocio con corso Magenta si capisce che il passaggio per sfondare e avvicinarsi al Duomo è quello. Il blocco si ferma e dà vita a una delle battaglie più dure di tutto il percorso, sembra non finire mai. Le forze dell’ordine tuttavia tengono botta con i lacrimogeni, costringendo i rivoltosi a proseguire. Alcuni, dotati di martelletto, picconano i marciapiedi e ne ricavano pietre da utilizzare come oggetti contundenti; altri ricoprono i muri di scritte; altri ancora, muniti di maschere antigas, costruiscono rudimentali barricate e istigano la polizia avvicinandosi il più possibile. Poco prima di Cadorna, il blocco inizia a incendiare automobili a iosa e, apparentemente, senza una selezione critica . Il momento di massimo pericolo arriva quando un manipolo di insorti lancia una molotov all’interno di una banca dopo averne sfondato la vetrina: si alzano le fiamme, il primo piano dell’edificio va a fuoco. Tutto intorno, il gas ha reso l’aria densa e irrespirabile, tanto che in molti — giornalisti, manifestanti pacifici, semplici curiosi — hanno gli occhi che lacrimano e la gola talmente irritata da provocare conati di vomito.

La testa del corteo a quest’ora è già arrivata da un pezzo, ma i metri tra i black bloc e il resto della manifestazione continuano ad aumentare: non importa, non c’è fretta. Piazza Pagano, dove in teoria il corteo dovrebbe sciogliersi, dista ancora più di un chilometro, e via Boccaccio diventa il teatro di una battaglia durissima e logorante. All’altezza della traversa che porta al Cenacolo Vinciano, il blocco ingaggia l’ennesimo scontro indiretto con la polizia: l’esplosione di molotov e bombe carta provoca un frastuono tremendo, i lacrimogeni impediscono quasi del tutto di respirare.

La narrazione minuto per minuto, a questo punto, diventa inutile. Si continua così, tra vandalismo e lanci a distanza. Vedere il centro di Milano in queste condizioni è surreale: dalle finestre si affaccia una ragazza, urla di smetterla, gli autonomi rispondono a muso duro, qualcuno propone addirittura di lanciarle una molotov sul balcone. Si ha quasi la sensazione che parte dei black bloc sfoghi negli atti vandalici la propria frustrazione per la mancanza di un vero corpo a corpo con la polizia. Il copione ormai l’hanno capito tutti, tanto che la situazione acquista una sua macabra ordinarietà, l’adrenalina scende, con lei la paura. Si procede in disordine e, stancamente, il blocco nero arriva nei pressi di Pagano. Qualcuno accende dei fumogeni per impedire la vista e, immersi nella coltre impenetrabile, i black bloc si spogliano del loro kit-divisa: cerate, caschi, guanti antitaglio, martelli, maschere antigas, zainetti. Tutto il materiale rimane a prendere pioggia sull’asfalto, preda dei fotografi e dei curiosi, mentre il blocco nero, che dopo essersi cambiato d’abito non è più riconoscibile, si disperde velocemente, chi in metropolitana, chi dileguandosi nelle vie limitrofe. Solo adesso le forze dell’ordine provano a inseguirli, ma è già troppo tardi.

In piazza Pagano non è rimasto nessuno. Chi ha marciato pacificamente in testa alla manifestazione è già andato via, chi ha fatto lo stesso ma in coda, dietro al blocco nero, ha anticipato la fine del percorso a Conciliazione. La pioggia inizia a farsi più fitta, i pochi che rimangono in zona sono irrequieti e commentano in silenzio quanto è appena avvenuto. Ci sono le ultime schermaglie, come quella per una ragazza che, tornata sui suoi passi, viene identificata e fermata. Si tratta però di focolai isolati, di alterchi tra manifestanti e polizia che si risolvono in un nulla di fatto. A circa mezz’ora dalla fine della Mayday, le stazioni metro del centro di Milano sono chiuse. Chi ha partecipato alla manifestazione vaga per le vie cittadine cercando il modo più semplice per rientrare a casa, i pompieri sono già in azione per spegnere gli incendi, i milanesi scendono per strada e contemplano increduli la città trasfigurata. Lunedì pomeriggio daranno vita a una contromanifestazione, assistiti dal sindaco Pisapia, per pulire le scritte sui muri e riparare i danni.

 

AFTERMATH

Il mattino dopo, al campeggio NoExpo, le espressioni degli organizzatori parlano chiaro.

Una ragazza, volontaria in cucina, dice a denti stretti: «non era questo il nostro obiettivo, in due ore hanno rovinato sette anni di lavoro sul territorio». Il commento, a dire il vero, èpiuttosto naif: è evidente che tutti sapevano quello che sarebbe successo, ma nessuno ha avuto la forza o la voglia per evitarlo. Poco più in là, un manifestante romano biasima a modo suo le azioni del blocco nero: «prima uno deve reagire con la testa, con il pensiero. Incendiare le macchine senza lo straccio di un’idea dietro non ha senso. Io sono un NoExpo convinto, ma se volevo lanciare le bombe carta andavo ad Exarchia con i greci. Il vandalismo fine a se stesso non serve a nessuno: anzichè bruciare le macchine, attacca direttamente gli sbirri, hanno sbagliato lavoro e glielo comunichi con le molotov. Così invece hanno rovinato tutto, oggi sui giornali non ci sono io che ballavo in mezzo al corteo, ma la gente che sfasciava le vetrine». Intorno a lui, ci si sveglia lentamente: è una bella giornata di sole, alcuni tedeschi chiedono del tabacco e vanno a comprare i cornetti al bar appena fuori dal parco di Trenno, noncuranti dei problemi di opinione pubblica che in molti, invece, sembrano percepire. Verso mezzogiorno parte una biciclettata NoExpo, alcuni pianificano un pranzo di protesta davanti alla sede di Eataly, anche se ormai ogni iniziativa rischia di essere inutile: i fatti del giorno precedente pesano come un macigno e privano il comitato di qualsiasi credibilità di fronte alla cittadinanza. «A posteriori è facile dare giudizi — dice sottovoce un vecchio militante — ma la verità è che i movimenti non sono più in grado di gestire la piazza, e in questo periodo storico è la peggiore notizia che potessimo ricevere». Un ragazzo passa di lì, e la sua risposta è la sintesiperfetta di queste giornate assurde: «con una manifestazione pacifica come avremmo fatto a rovinare la festa all’Expo? Sulle prime pagine di oggi ci sono gli scontri, non l’ inaugurazione».