buongiorno cavallerizza

 

pasquale

L’occupazione della Cavallerizza, a Torino, è un argomento particolarmente dibattuto. Quella che segue è una storia nella storia, la Cavallerizza raccontata dagli occhi di un occupante un po’ particolare. Non il solito militante, ma un musicista. Le impressioni, le esperienze e la filosofia di Pasquale, un sassofonista che ha deciso di combattere una delle tante battaglie di questa città.

Pasquale è un giovane sassofonista di ventotto anni, originario della Puglia. Studia al Conservatorio di Torino, è un talento naturale. Lo si capisce dalle sue improvvisazioni, dalla facilità con cui pensa e dà vita a nuove melodie, dalla passione che porta in giro per i locali della città.
La sua storia si è incrociata con quella della Cavallerizza Reale, uno dei tanti beni storici appartenenti al complesso delle Residenze Sabaude nonchè patrimonio UNESCO dell’umanità. Una struttura bellissima e degradata, nascosta nel cuore della città tra piazza Castello e la Mole. La Cavallerizza è di proprietà del Comune di Torino, ma nel maggio 2014 è stata occupata da un gruppo di cittadini in risposta alla messa all’asta voluta proprio dal Comune. Pasquale, da qualche mese, è uno degli occupanti. Vive in una stanza affacciata sul grande cortile d’ingresso, partecipa alle assemblee, concilia quotidianamente il sax con la battaglia politica che ha deciso di fare sua.

Per sua stessa ammissione si tratta di una scelta di vita radicale, che poi è proprio l'aggettivo con cui Pasquale è solito definirsi. E a sentire i suoi discorsi, d'altronde, sembra davvero che la radicalità se la sia cucita addosso. «Non avere una casa vera, una casa ufficialmente mia, mi aiuta a non essere legato a nessun luogo, ad avere una quotidianità diversa. Ogni giorno mi sveglio e posso decidere cosa fare e dove andare». Se c’è chi la bohème la vive per finta, Pasquale ne è invece un interprete sincero, spontaneo e rigoroso, tanto che in alcuni momenti sembra appartenere ad un’epoca, un sistema di valori, uno spirito del tempo che non c’è più.
«Tutto questo, questi mesi di occupazione in Cavallerizza – dice – sono un regalo alla mia musica. La mattina, quando mi sveglio, non penso ad altro che a ricominciare da dove avevo finito la sera prima, posso coltivare la mia creatività senza pensare alla burocrazia, alle bollette».

Racconta tutto questo con un sorriso appena accennato, le sue attenzioni divise tra la sigaretta di tabacco che sta girando e la Mole Antonelliana a portata di sguardo, poco più in là. Decidiamo insieme che per rompere il ghiaccio la cosa migliore è parlare di musica, l’argomento che conosce meglio, addirittura un secondo alfabeto.
Già, perché «La musica è una cosa semplice. Sarà che sono abituato a suonare da sempre, ma ormai per me è diventata una vera e propria trascrizione della vita, come un linguaggio, o ancor meglio un codice. Come l’inglese, l’italiano, anche come la matematica, che a suo modo decodifica l’universo. Ogni codice ha le sue regole diverse, il bello è che chiunque può inventarne di perfettamente funzionanti e autonomi, basta pensare ai tanti linguaggi nati dalla fantasia di un singolo. Io con la musica faccio lo stesso, sperimento per fissare le idee in forme musicali stabili o mobili. Per me la musica è più manifesta delle parole, è il mio alfabeto di riferimento».

Dopo il caffè di rito, saliamo le scale che conducono ai piani superiori. Entriamo al primo, quello dove vivono gli occupanti. Una volta nella sua stanza, esattamente il tipo di camera che ci si aspetta da un artista, Pasquale si butta sul letto e improvvisa un pezzo con il sassofono. Tra queste quattro mura c’è tutto quello che possiede. Per un attimo il suo buon umore si incrina e affiora qualche fantasma: la paura dello sgombero, perdere il suo strumento, gli spartiti, gli appunti con la musica scritta in anni di studio: «Senza queste cose, che ne sarebbe della mia vita?».
Dura un attimo, poi torna a sorridere. Parla della sua sistemazione, piuttosto diversa dalla suite di un hotel di lusso: è uno spunto, l’ennesimo, per raccontare di sè e della sua filosofia di ogni giorno. «La scomodità è una grazia, mantiene attiva la mente e i sensi.É una scelta di vita, proprio come per i viaggi. Ho girato tanto, viaggiare mi aiuta ad arricchire quel linguaggio che è la mia musica, a darle nuove sfumature. Ma senza la scomodità il viaggio non è davvero un viaggio, mai insidioso, mai incerto, senza rischi ».

Sembra che, oltre al discorso politico riguardante la riappropriazione degli spazi, per Pasquale la Cavallerizza occupata si carichi di significati aggiuntivi. Ogni istante, attività, dialogo, tutto quello che si viene a creare all’interno della struttura è per lui fonte d’ ispirazione. È anche questo il senso della sua permanenza: osservare, assimilare, mettere in musica. «Un altro motivo per cui ho deciso di stare qui sono gli esperimenti antropologici. Il fatto di vivere in un luogo in cui ogni giorno vanno e vengono tante persone, ognuna con la propria storia, estrazione sociale e credo politico, mi permette di avere una prospettiva apertissima. Se stessi in un appartamento, non potrei nemmeno sognare di conoscere così tanta gente diversa, di poter ascoltare tutte queste testimonianze».

Ora il discorso vira sulle impressioni che un sassofonista si può fare partecipando a un’ esperienza sopra le righe come un’occupazione, al fianco di personalità non artistiche ma politiche: passeggiando in giardino, approfondiamo. «Passare le giornate in Cavallerizza, sulla mia musica ha lo stesso effetto del viaggio. Il contatto diretto con personalità così estreme, ma anche l’essermi imbarcato in un’avventura così radicale... Insomma, la musica cambia del tutto. Questo è un luogo di lotta, e la lotta è movimento. E il movimento, per come lo vedo io, non è mai dettato dall’ inerzia, ma nasce sempre da una scelta. Ogni scelta contiene un perché al suo interno. Se arrivi qui, non lo fai per caso».

In ogni caso, non è tutto oro quello che luccica. Pasquale è un ragazzo spontaneo, non gli va a genio la vecchia formula domanda-risposta: «Non facciamo l’intervista frontale, non mi sentirei a mio agio». Racconta di quanto sia difficile, all’atto pratico, portare avanti un’occupazione; si sofferma sull’analisi un po’ malinconica dei piccoli contrasti e dei momenti di fisiologico sconforto. «La Cavallerizza è stata ed è tuttora una grande fonte d’ispirazione, l’ho detto. Ma ci sono dei momenti in cui l’ispirazione non so nemmeno che cosa sia: se vivi questo posto come lo sto facendo io, è normale. Questo palazzone antico è un contenitore pieno di storie, passate e presenti. Viverlo comporta stanchezza. Le problematiche sono tante, e sempre nuove. Da occupanti, ci troviamo in mezzo a una situazione politica delicatissima. Questo posto è una resistenza».
Il bello di Pasquale, però, è che riesce sempre a trovare un pretesto per sdrammatizzare quando l’aria si fa più pesante: «Spesso scherzo sul fatto che sto occupando una parte del Palazzo Reale, lo stesso luogo dove stavano quelli che hanno invaso e occupato la mia terra». Ride sotto i baffi, e rincara la dose: «A pensarci bene anche per alcuni occupanti, di ispirazione marxista, è paradossale occupare gli edifici del re».

Camminiamo verso il Maneggio Alfieriano, uno dei luoghi più suggestivi della Cavallerizza. Riadattato a mò di teatro dalla Compagnia del Teatro Stabile, chiuso dopo pochi anni di attività, adesso è lo spazio – gigantesco – in cui si organizzano concerti, spettacoli, feste. Siamo nella penombra, il soffitto è altissimo e le arcate immerse nell’ oscurità hanno un che di lugubre. Pasquale rimane in silenzio, poi ricorda i primi tempi passati qui. «Agli inizi dell’occupazione, abbiamo preparato uno spettacolo multidisciplinare basato su un’ambientazione post-atomica. Adesso ci sono le illuminazioni e i fari, un anno fa ancora no, anche durante il concerto la visibilità era questa, come ora. Tornando al discorso di prima, quella era una situazione scomoda, per davvero. Riuscivamo a malapena a vedere gli strumenti, ma ci è servito. È stata un’esperienza molto significativa» .

Una città si identifica con le persone che la abitano, ma anche con quelle che l’hanno abitata. La Cavallerizza è una memoria storica, un bene prezioso le cui mura, nessuna esclusa, trasudano un passato che non c’è più. «In questo maneggio, tutto solo, ho preparato anche il concerto sax solo che ho portato quest’inverno nelle zone vicino a casa mia. Sembra assurdo, ma mentre mi esercitavo non potevo non pensare ai cavalli, al fatto che, tanto tempo fa, questo posto fosse una stalla. Riuscivo quasi a vedere la biada, a sentire i nitriti. Ho lavorato come un ossesso sul suono del violoncello, era l’unico che mi faceva pensare a quell’atmosfera che avevo in testa».

Ritorniamo alla luce del sole, il piccolo tour sta per concludersi. Pasquale si avvia verso il Conservatorio, ma prima di andare mi racconta di Mediterraneo Radicale, il collettivo di cui fa parte. Parla con occhi entusiasti di laboratori urbani in tutta Italia, di un’etichetta discografica attenta alla qualità e lontana dalle logiche di mercato, di un modo diverso di fare musica. Accenna anche al progetto di registrare il primo disco, Sativa, proprio qui, alla Cavallerizza. Gli piace pensare al futuro di questo luogo come a un laboratorio di idee, lontano dall’accentramento e dall’asservimento al potere. «Vorrei sperimentare, tutti insieme, qualcosa che sia fuori dai meccanismi che regolano il monopolio artistico. Ognuno ha la sua idea di Cavallerizza, io sono un musicista e questa è la mia. Purtroppo, so che non sarà possibile, la Cavallerizza finirà in balia delle regole di mercato, ci si dimenticherà di cosa è stata in passato e si guarderà solo al profitto».
Gli chiedo se ne sia proprio sicuro, se da parte del Comune non ci possa essere buona fede e non si possa realizzare in maniera virtuosa quella compartecipazione tra pubblico e privato che sembra ormai essere la via intrapresa. La risposta che mi arriva è un ceffone: «Se avessi fiducia nello stato non dormirei qui, da occupante, in quella che per loro è illegalità».