ANDREA GIULIANO

— egy buzi budapesten

Questa è la storia di Andrea Giuliano, trentatré anni di cui gli ultimi otto a Budapest. Durante il gay pride di luglio 2014, Andrea mette in scena una parodia dei motociclisti dal sentimento nazionale, un movimento legato all'estrema destra ungherese. Da lì ha inizio il suo calvario, tra insulti, appostamenti e minacce di morte. La sua vicenda è diventata presto un caso emblematico, un filtro interpretativo attraverso cui entrare nei meccanismi dell'Ungheria di oggi. Di seguito, la nostra esperienza in terra magiara.

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Fino all’anno scorso, la vita di Andrea Giuliano era simile a quella di tantissimi suoi coetanei. Italiano, originario di La Spezia, si trasferisce a Budapest per motivi di studio e lavoro otto anni fa: il colpo di fulmine con la città è immediato, tanto che alla fine del soggiorno Andrea decide di rimanere. Oggi Andrea ha trentatré anni e vive in pianta stabile in Ungheria, dove porta avanti — da militante attivo di Nuova Onda Frocia — la sua battaglia per il riconoscimento dei diritti LGBT. Andrea è omosessuale, e i suoi problemi in terra magiara derivano in gran parte da questa sua natura.

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Se si vuole capire davvero il peso della vicenda di Andrea, è indispensabile allargare il raggio della sua storia, provare a contestualizzarla e inserirla in un’ottica di più ampio respiro, dunque raccontare la deriva silenziosa che l’Ungheria sta vivendo.
A Budapest, l’attivismo di sinistra è roba per pochi. I rischi sono elevati, la giustizia implacabile e, soprattutto, il seguito è minimo. A partire dalla seconda elezione del primo ministro Viktor Orbán, nel 2010, l’opinione pubblica del paese si è schiacciata su posizioni di estremo conservatorismo, difficilmente amalgamabili con il pensiero e le azioni di gruppi come Buzi Újhullám. Senza contare che, alla destra della maggioranza silenziosa che vota Fidesz, partito di Orbán, le elezioni parlamentari del 2014 hanno segnato l’esplosione di Jobbik, il “movimento per un’Ungheria migliore” tacciato in Europa di neonazismo e razzismo. Jobbik, il cui spettro aleggerà ininterrottamente su questa storia, è riuscito ad accumulare circa il 20% delle preferenze, ottenendo più seggi e potere di una socialdemocrazia sempre più a pezzi. In Ungheria, insomma, l’opposizione alla destra di governo proviene dalla destra estrema.
Lo scenario in cui si muove Andrea è questo: un presidente potentissimo in grado, addirittura, di cambiare la Costituzione, un’opposizione dalle tinte naziste e, dulcis in fundo, una totale assenza della sinistra. Per comprendere i motivi di uno scenario politico così allarmante è necessario fare un salto indietro, al 2006.

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L’Ungheria di Viktor Orbán si è scoperta più che mai nazionalista e impaurita dalle diversità. È notizia di questi giorni il muro che il leader di Fidesz ha intenzione di innalzare per proteggere i confini ungheresi dalla Serbia e quindi dall’invasione dei migranti. Non c’è da stupirsi se Budapest non veda di buon occhio qualsiasi forma di diversità.
Come da abitudine, lo scorso anno Andrea partecipa al gay pride, che tradizionalmente ha luogo su Andrássy út, la risposta ungherese agli Champs-Élysées. Ma questa volta, il nostro decide di alzare la posta: sale su un carro travestito da prete e sventola per tutta la manifestazione una parodia della bandiera dei Motociclisti dal sentimento nazionale, un gruppo di estrema destra fondato da Sandor Jeszenszky, ex militante di Jobbik. Uno dei loro motti, fotografia perfetta del loro modo di essere, è «dai gas!», un netto riferimento alla loro idea sulla comunità ebraica. Per la sua parodia dello stemma, Andrea ha sostituito la motocicletta che capeggiava in mezzo alla Grande Ungheria con un grosso pene nero; ciliegina sulla torta, il nome dei motociclisti è stato modificato in «succhiacazzi dal sentimento nazionale». Sul momento tutti la prendono sul ridere, ma in mezzo alla folla festante evidentemente ci sono anche degli infiltrati. La notizia esce e contro di lui si scatena un’onda d’odio violentissima. Da questo momento in poi, 5 luglio 2014, la sua vita cambia. Ma adesso la parola passa a lui.

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Minacce di morte sui social, messaggi omofobi per tutta la notte, violazione della privacy con le proprie generalità sbandierate su vari blog, incursioni in ufficio e appostamenti sotto casa, il tutto coronato da una taglia di 10.000 dollari sulla testa. Ricorda la trama di un film d’azione, ma è la vita di Andrea Giuliano negli ultimi dodici mesi. La prima lezione che si può trarre da questa vicenda è che, nel 2015, ciò che viene detto sui social network è reale, concreto e penalmente perseguibile tanto quanto ciò che viene detto “dal vivo”, nella vita reale. Anzi, ci si chiede come sia possibile che, per alcuni, vita reale e vita online possano ancora essere distinte: le parole, il caso di Andrea ne è l’emblema, devono avere lo stesso peso, le minacce devono essere prese ugualmente sul serio.
Come se non bastasse, oltre al danno c’è la beffa: Sandor Jeszenszky, leader dei motociclisti oggetto della parodia — gli stessi dalla cui pagina Facebook è stata pubblicata la taglia — l’ha denunciato per diffamazione. Il processo andava in scena mercoledì 10 giugno. A incoraggiare Andrea, nei corridoi di un tribunale a pochi passi dal famoso Parlamento, tanti attivisti, amici, giornalisti locali che si sono interessati alla sua storia. L’assistenza legale gli è fornita da TASZ, un’organizzazione non governativa specializzata nei diritti civili. È stata l’occasione per conoscerli e farci raccontare cosa significhi essere una NGO in Ungheria. Le parole di Dalma, uno dei membri di TASZ, sintetizzano in modo chiaro l’agire del governo Orbán, gli effetti della modifica alla Costituzione e l’ascesa dei paranazisti di Jobbik.

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Il processo, che inizialmente doveva essere a porte aperte, si risolve in una complicato tentativo di riappacificazione tra Andrea e Jeszenszky. Dopo un’ora di conciliabolo con il giudice, Andrea riemerge dall’aula e annuncia quella che per lui è una grande vittoria: il leader dei motociclisti ritira la denuncia e, come se non bastasse, dichiara la propria estraneità alla taglia comparsa sul profilo Facebook del movimento da lui fondato. È surreale, ma va bene così. Il processo di Andrea, quello contro tutti coloro che l’hanno oltraggiato, minacciato e seguito, deve ancora iniziare. A ormai un anno dalla denuncia, il caso è rimasto affossato nella palude burocratica e continua a venire rimbalzato tra la procura, il tribunale e la polizia. A gennaio, quando erano passati già sei mesi dalla denuncia, Andrea si presenta in questura per chiedere aggiornamenti: non solo gli viene detto che nessuno aveva avuto ancora il tempo di lavorare al suo caso, ma si trova anche costretto a ripetere la cronologia di quei giorni che ormai conosce a memoria, perché pareva che nessuno riuscisse più a trovare il verbale. L’ultimo contatto è a maggio, e lo stato delle indagini è ancora fermo allo zero.

Nonostante Jeszenszky abbia ritirato la sua denuncia, è scontato dire che Andrea continui a non vivere bene. Lo si legge nel passo affrettato tornando a casa la sera dopo una birra e dai piccoli momenti di cedimento che, è fisiologico, qualche volta lo sorprendono. A tutti quelli che gli chiedono «ma perché non te ne vai?» risponde raccontando quanto gli piaccia vivere a Budapest, che atmosfera si respiri, che persone straordinarie si possano incontrare. È strano, ma Andrea continua, nonostante tutto ciò che gli è successo, a difendere l’Ungheria a spada tratta. Lo spirito di questi luoghi non è incarnato soltanto da Orbán, dagli estremisti di Jobbik, dai motociclisti di Jeszenszky. In Ungheria abitano circa dieci milioni di persone, di cui quasi due milioni solo a Budapest.La capitale non è solo il cuore pulsante del paese, ma a tratti dà la sensazione di esserne la sintesi più completa. Tutto si concentra in queste strade, dalla vita politica al giornalismo, dalla militanza alla cultura. In pochi giorni di permanenza, Budapest si mette a nudo in tutta la sua complessità di capitale ex sovietica. Una delle testimonianze più preziose per comprendere lo stato dei diritti civili e l’effettiva liberalità in Ungheria è quella di Bulcsù, analista di Political Capital, il think-tank più importante della città.

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Nei giorni del processo, a Budapest, si è tenuto anche il congresso del Partito Socialista Europeo, tra le cui fila milita Daniele Viotti, giovane voce del Pd da sempre in prima fila per i diritti degli omosessuali. Viotti, che ha voluto incontrare Andrea per raccoglierne la testimonianza ed estenderla a tutto il congresso, non può fare che questo: portare solidarietà e sperare in un cambio di passo delle istituzioni europee. Una soluzione a breve termine – tanto per il caso di Andrea quanto per il nodo ungherese – non la possiede, così come non la possiedono le altre voci incontrate in queste giornate. C’è spazio per l’analisi, per la riflessione sul passato e, minimo comun denominatore di tutte le interviste, per una predizione piuttosto cupa del futuro. Ma una soluzione, un punto di ripartenza per sperare in una Ungheria di maggior liberalità nei prossimi anni, quella è impossibile da rintracciare.

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Questa, insomma, è la storia di Andrea Giuliano, ma anche la storia dell’Ungheria vista dagli occhi di chi la vive tutti i giorni. Dietro al titolo da copertina “gay italiano minacciato a Budapest”, si snoda una vicenda che va di pari passo con l’andazzo della politica ungherese, con gli umori della piazza e con il livello di tolleranza dei cittadini. Durante i giorni trascorsi al fianco di Andrea, la domanda era ricorrente: come ci si sente ad essere sprofondati in un incubo come il tuo dall’oggi al domani? Cosa ti passa per la testa quando il giorno prima manifesti al gay pride e il giorno dopo diventi un simbolo, un’icona negativa, un catalizzatore di odio omofobo ed estremista? Andrea una risposta chiara non ce l’ha. In questa situazione ci si è ritrovato, e se sei in ballo, alla fine, ti tocca ballare. Ti racconta quanto sia brutto vivere con una membrana di inquietudine perenne che non gli scivola mai di dosso, accenna allo stress che ha subito nell’anno trascorso, ai tre cambi di residenza per sfuggire ai potenziali aggressori, a una vita senza più ritmo e continuamente precaria. Ma tu, che sei lì per ascoltare e tutt’al più per fare da megafono, tutto questo fai fatica anche solo ad immaginarlo. Annuisci, prendi nota in silenzio e ti fermi a guardare questo ragazzo poco più che trentenne che, solitario, combatte la sua battaglia.

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