PIEMONTE PRIDE: ALBA

[Per l'occasione cediamo la penna a Mattia Ghigo, psicologo e psicoterapeuta in formazione. Interessato ai temi della sessuologia LGBTQI*, vorrebbe farne il fulcro della sua futura attività professionale e di ricerca. Nato a Murazzo, piccola frazione di Fossano (CN), vive a Torino, dove ha conseguito la laurea magistrale in Scienze della Mente.]

Quando in primavera è stato annunciato che Alba avrebbe ospitato il Piemonte Pride, la notizia è stata accolta dagli ambienti di movimento con uno strano miscuglio di orgoglio e perplessità.

Il comune cuneese è stato infatti il primo ad aderire alle manifestazioni che nei prossimi anni coloreranno l’intero Piemonte, ben oltre alle vie di Torino.

Io stesso ho provato un certo sbigottimento: a cosa dovrebbe servire una manifestazione dell’appartenenza LGBTQI* in una realtà tanto periferica? E soprattutto, non si sarebbe corso il rischio di ridurre la forza di impatto e la capacità d’addensamento della tradizionale parata torinese?

Nonostante da quasi dieci anni abbia trasferito la mia vita relazionale e professionale a Torino, sono nato e cresciuto in una piccola frazione di duecento anime della provincia Granda.

Mi chiedo cosa avrebbe provato il me stesso di dieci anni fa all’idea di un Pride nelle terre in cui è cresciuto, quelle che tra l’altro incarnano al meglio lo stereotipo della "cortesia piemontese": un quieto vivere che si trascina uguale a se stesso di anno in anno, un posto dove non succede mai niente e tutti si conoscono.

Un contesto in cui le relazioni strette ti avvolgono e ti proteggono, forti di una stabilità inimmaginabile nel contesto liquido metropolitano ma, allo stesso tempo, viziate dal controllo sociale e dal conformismo, capaci di soffocare una qualunque pluralità.

Di riconoscimento come altro da sè e voci discordanti la provincia ha un disperato bisogno.

Allora ero un esperimento di diciottenne che cercava di definirsi: cos’ero, cosa volevo dalla vita, dal sesso. Su voci e visioni differenti avrei fatto affidamento, nella mia incapacità di rivendicarle autonomamente.

E un pride, col suo percorso di costruzione, porta alla luce di tutti e di tutte che modi di essere e di vivere diversi sono possibili e ce ne sono eccome, e riescono anche a convivere nella nostra quotidianità.

Credo che non ci sia niente in grado di decostruire e mettere in discussione il funzionamento sociale e culturale dei piccoli centri come ricordare questi modelli differenti, eppure già attuali. Credo che le province siano il vero tessuto originario che ha formato e forma il senso di identità del nostro paese, lo specchio più fedele delle sue dinamiche, da Nord a Sud.

Lo scarto tra traino e coda affiora soprattutto quando si pone l’accento sui discorsi relativi ai diritti civili e alla tutela delle minorazione, quando si parla di sesso e di genere, di autodeterminazione del corpo, di malattie sessualmente trasmissibili.

Esistono le realtà metropolitane, in cui le avanguardie sociali e il tessuto cittadino permettono lo sviluppo di percorsi di confronto e politiche rivolte alla prevenzione del bullismo omotransfobico.

E poi esistono i piccoli centri, in cui i genitori erigono barricate a tutela dei loro figli contro le fantomatiche Teorie Gender, dove si prevede l’impegno a eliminare dalle biblioteche e dalle scuole comunali i «libri e [le] pubblicazioni che promuovono l’equiparazione della famiglia naturale alle unioni di persone dello stesso sesso», come si evince dal programma del neo sindaco di Verona Federico Sboarina, impegnato tra l’altro «a respingere ogni iniziativa [...] in contrasto con i valori della vita, della famiglia naturale o del primario diritto dei genitori di educare i figli secondo i propri principi morali e religiosi».

Proprio oggi che le cose sembrano andare verso il progresso, ma solo in apparenza, è necessario ridurre questa discrepanza. Sono convinto che sia possibile portare nei centri medio-piccoli questi movimenti per la lotta e la rivendicazioni di uguali diritti per tutti, gli stessi che hanno permesso di creare quegli spazi di libertà che ora sono la norma nelle realtà maggiori.

Sono convinto che i piccoli collettivi e le associazioni LGBTQI* delle nostre province, che esistono e hanno una volontà e una vocazione molto forti, possano fare molto, con i loro legami ed il loro radicamento nel territorio.

Pur nella difficoltà di farsi interolcutori delle amministrazioni e pur ostacolati dai poteri ecclesiastici, che lontano dalle grandi città e dai loro ambienti secolarizzati hanno un peso culturale e politico non indifferente.

La manifestazione di Alba è riuscita a dimostrare con numeri inaspettati – più di tremila, infatti, i partecipanti e un clima oltre ogni migliore prospettiva che il percorso non è solo possibile, ma che può avere un grande successo e un forte impatto sulla cittadinanza.

Soprattutto su chi la differenza sessuale la vive sulla propria pelle, lontano dalle tante occasioni della metropoli.

Credo che ad Alba il Piemonte Pride abbia dimostrato come un nuovo risveglio sia possibile, e come ogni buon risveglio è bellissimo, e pieno di energia.

E, soprattutto, è solo l’inizio.

Piemonte Pride: Alba

Reportage a cura di Matteo Fontaone, Mattia Ghigo, Mirko Isaia e Stefano Troiano
Desidereremmo ringraziare di tutto cuore:
Il Collettivo De-Generi, il Comune di Alba, il Consorzio Turismo Langhe Roero, e gli abitanti intervistati per averci accolti ed averci accordato la propria disponibilità. Mattia e Giorgio per averci accompagnati in quest’avventura, improvvisando. Alessandro, per aver tenuto pazienza e averci aiutato a raffinare il progetto.

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